FUORIKORSO PER LE ELEZIONI UNIVERSITARIE.. ECCO COSA CAMBIARE parte 1

La nota pubblicata nei giorni scorsi dall’associazione FuoriKorso intitolata “FuoriKorso per le elezioni universitarie.. ecco perché cambiare”  è servita a descrivere a grandi linee cosa pensiamo del contesto in cui ci troviamo, e per sottolineare quindi la nostra ferma convinzione che, almeno per quanto riguarda la città e l’università di Urbino, ci sia una vera e propria esigenza alternativa e cambiamento di questo stato di cose, non pensando ad uno schematico ritorno al passato, ma anzi sperando e credendo nella possibilità di un futuro di innovazione e sviluppo economico, sociale e democratico. La sfida politica, che si propone anche in realtà locali come Urbino, risiede proprio nel cercare a tutti i costi la via per ritrovare un nuovo equilibrio tra le persone. Riteniamo che sia possibile e doveroso che l’università e l’amministrazione ad Urbino affronti la questione dell’università di oggi e di domani praticando una politica lungimirante che esprima sia una certa capacità progettuale che una indispensabile sensibilità ai etica e democratica per affrontare i problemi sociali che stanno emergendo. Riteniamo che le due questioni non siano scindibili, e che uno sviluppo che sia veramente tale non possa prescindere dalla difesa dei diritti degli studenti e delle studentesse, diritti che coincidono solo in parte al diritto alla borsa di studio o all’alloggio, ma risiedano anche nella garanzia di godere di un progetto didattico e formativo all’altezza dei tempi nuovi e che promuova lo sviluppo di una personalità sensibile ai problemi della collettività, tollerante delle diversità, elastica e aperta mentalmente.

Temiamo però che una delle ragioni che stanno maggiormente determinando l’evidente declino del nostro ateneo sia proprio la mancanza di progettualità, e spesso anche di responsabilità e capacità amministrativa di porsi all’altezza di questa sfida. La competizione tra gli atenei si è fatta più serrata, le risorse statali sono diminuite, il futuro è ignoto. Ma è anche vero che la città di Urbino è un piccolo gioiello che va custodito e valorizzato, risaltandone la specificità il più possibile rendendo ciò che può apparire un difetto un punto di forza. Un punto di forza indubbio, ma ad oggi solo potenziale, è il sistema ateneo-città che per essere virtuoso deve amalgamarsi in un progetto coerente, dove l’uno esalti le virtù dell’altro. Il calo drastico degli iscritti negli ultimi anni, e la crisi di corsi di laurea caratterizzanti (ad es restauro) sono solo alcuni degli elementi che segnalano come questo rapporto anziché farsi virtuoso tenda a farsi vizioso. Le piccole dimensioni del centro storico più che rispecchiare un’eccellenza culturale pare si accompagnino ad una recente tendenza al provincializzarsi della città e dell’Ateneo, e la ormai nota difficoltà logistica a raggiungere Urbino da ogni angolo d’Italia e perfino dalla costa della propria provincia ha anche un che di simbolico (e il simbolo è estremamente importante in una società dell’immagine): sembra che la città in un certo senso fugga chiudendosi in se stessa, si rassicuri come nel Medioevo ci si rifugiava in fortezze in cima alle colline per non essere raggiunti.

 

Tuttavia tutto è perduto se si finisce col considerare l’università di Urbino come fonte di meri privilegi individuali e centro di profitto.  È anche una questione etica, ma non solo. Il punto è che un’università pubblica costruita in un’ottica privatistica e individualistica non funziona. Concepire l’università pubblica come venditrice della merce-conoscenza al consumatore-studente significa vendere un’illusione allo studente e finisce con l’illudere l’istituzione stessa. L’università pubblica, vogliamo ribadirlo, non è un’azienda ma un’istituzione di tutti, e concepirla diversamente significa solo forzarla a vestire i panni di un altro, con l’ovvio risultato di costruire un ibrido che è destinato a non essere più qualcosa ma  nemmeno qualcos’altro. Infatti non è più veramente di tutti perchè vive come un una palla al piede i diritti di categorie minoritarie e bisognose (ad esempio il caso degli studenti disabili), ma non è ancora una vera azienda perchè come il nostro territorio ci insegna la vera cultura imprenditoriale conosce per prima cosa l’autonomia e il coraggio di rischiare. Non è più veramente di tutti perchè alla cultura dei diritti si è sostituita l’abitudine dei servizi, che quando le cose vanno bene ci sono ma quando vanno male non ci sono più, ma non è ancora, e non sarà mai, una vera azienda perchè in azienda quando le cose vanno male è un problema di tutti e nessuno può sentirsi al sicuro. Non è più veramente di tutti perchè il percorso formativo non è più visto come un progetto di crescita culturale, sociale e civica dello studente, da cui ne deriva il concetto che lo studente “contribuisce” con parte del proprio denaro al progetto collettivo (la c.d. Contribuzione studentesca, nel lessico comune facilmente sostituita con “tasse universitarie”), ma non è nemmeno un’azienda perchè se in azienda i rapporti tra domanda e offerta sono regolati da una tutela giuridica che chiamiamo contratto, tra studente e ateneo non è possibile alcun tipo di contratto del genere, perchè il contratto presuppone un rapporto tra pari e la garanzia giuridica di un risarcimento in caso di irregolarità o inadempimento: ma quando si scopre che buona parte degli esami che paghiamo con le “tasse” sono mal preparati, che le lezioni del luminare sono tenuti in realtà dagli assistenti sottopagati e precari, che il tirocinio sbandierato in orientamento è in realtà soltanto un possibile colloquio e che i centri linguistici non vanno oltre l’alfabetizzazione da bignami; se insomma si rischia di arrivare al termine dei propri studi con la vaga sensazione di aver investito inutilmente anni preziosi della propria vita, ebbene noi riteniamo che questo non assomigli a un contratto, ma a un furto. E che tra i furti possibili è forse il peggiore che ci possa essere, perchè il denaro e gli oggetti si riacquistano ma il tempo no. Per questo non ci è indifferente che si parli di utenti riferendosi agli studenti, che i “servizi” abbiano preso il posto dei “diritti”, e che si presti il massimo dell’attenzione a fare il marketing dell’ateneo anziché investire energie preziose per garantire un progetto formativo profondo e coerente. Per questo riteniamo che se per fare università a tutti i costi è inevitabile farla male, è meglio non farla affatto, e che se la logica privatistica e votata tutta sul versante dell’economico diverrà definitivamente egemonica nella cultura universitaria il rischio di fare del male è molto alto. Preferiamo invece che in luogo del concetto di contratto si sostituisca quello di patto, un patto tra studenti e università per il bene e il futuro di entrambi, e che veda da un lato la serietà, l’impegno e l’entusiasmo di vivere e studiare in uno dei luoghi più belli del mondo, Urbino, e dall’altro la responsabilità di professori e amministratori dell’ateneo consapevoli del loro ruolo così delicato e importante. 

 

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Pubblicato da

FuoriKorso Link Urbino

Fuorikorso Link Urbino è un’associazione universitaria che si riconosce negli ideali antifascisti, democratici e laici. Promuove l’aggregazione socio-culturale e la partecipazione studentesca.

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